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Una notte prima di Yule nell'estremo nord

Asta delle Meraviglie 1126

La neve scende lenta e fitta, attenuando il belare proveniente dai filari. Mancano pochi giorni a Yule e le case delle isole di Røfer sono addobbate: rami di abete intrecciati alle porte, ossa sbiancate e nastri scuri appesi alle travi, piccoli bracieri accesi davanti agli ingressi in attesa della notte più lunga.

Sulla spiaggia di Fornøy, il mare d’inverno è una distesa scura che si infrange contro il ghiaccio ai margini della riva. La sabbia è coperta da un manto bianco immacolato, rotto solo attorno alla folla che si va radunando: centinaia di impronte profonde, stivali che hanno conosciuto razzie, ritorni e più di una pessima decisione presa dopo aver bevuto troppa birra.

Il vento sferza i volti, scorre tra i mantelli e le pellicce, insistente, punendo l’ardire di chi ha lasciato i focolari nella stagione in cui tutto dovrebbe tacere. Odore di sale, di legno bagnato. Le corde e le vele ammainate del drakkar di Ingo, la Potethorn che troneggia sulla spiaggia, schioccano come pelli tese. 

Da ore le carve continuano a giungere sull’isola del Clan del Montone, una dopo l’altra, portando guerriere e guerrieri da ogni villaggio dell’arcipelago. Sbarcano salutandosi a voce alta, abbracciandosi calorosamente e scambiandosi pacche sulle spalle.
Kilt dai tanti colori, pelli e mantelli dalle diverse fatture, armature di fogge differenti che si chiamano cugini, anche se non lo so sono, vociano rumorosamente come solo i roferiani sanno fare.


Dalle pietre cagamostri di Baleøy arrivano anche decine di caledoni: i volti scuri degli Hodurnson, del Clan della Volpe, sono di quelli che sanno già che li attendono giorni passati a spargere di nuovo sale nero sul circolo. Eyðhild, conosciuta come Ey, li aspetta sulla riva di Fornøy e, mentre getta loro addosso pesanti pelli una dopo l’altra, borbotta senza sosta che i caledoni non sanno proprio nulla del freddo di Røfer.

Quando il ruggito di un corno si alza, spargendo il suo eco nell’arcipelago, tutti gli sguardi si volgono verso Manghesau. Gli Jarl, Fionghall Ragnarson e Korgoth Bjornson, sono partiti alla volta dell’ultimo saluto a Ingo Halvarson, primogenito del Clan del Montone.

I roferiani si staccano lentamente dai falò lungo la spiaggia, dove fino a quel momento hanno parlato e si sono riscaldati. I caledoni imitano i movimenti con attenzione, desiderosi di non sbagliare e di onorare la tradizione. Sanno che sarebbe un ottimo modo per diventare una storia raccontata male.
Una lunga processione prende forma tra una grande catasta di legna, già spruzzata di sale e neve, e il drakkar. Ognuno porta più ciocchi di quanti sarebbero necessari: perché a Røfer, quando si onora qualcuno, l’eccesso è parte del rispetto.

Altri due suoni di corno si odono prima che gli Jarl mettano piede sull’isola. L’ultimo roferiano prende posto attorno alla prua del drakkar e la cerimonia ha inizio. Gli Jarl scendono rumorosamente dalla carve e avanzano verso la prua, dove Olaf e Harval li attendono a braccia incrociate. Tra loro c’è un bambino di forse sei anni. Solenne come i due uomini, avvolto in una pelliccia di lana nera come la notte.

Sotto la mostruosa testa marina a denti scoperti che fissa l’orizzonte, i quattro uomini si incontrano e si abbracciano. Poi si voltano verso la Potethorn.
A un cenno di Harval, donne e uomini del Clan del Montone riprendono a caricare legna. Gli Jarl annuiscono: è un onore che si riconosce subito.

La legna cresce. Si accumula. Molta. Troppa.
All’inizio i commenti sono ammirati, poi si fanno inquieti. Quella legna è vita, è calore, è sopravvivenza per l’inverno. Eppure il Clan del Montone continua imperterrito. Cataste che sporgono dal bordo dell’imbarcazione, il legno che scricchiola, il drakkar che si assesta sotto il peso. Harval osserva impassibile, accanto agli Jarl.

Quando il drakkar inizia a dar segni di non poterne contenere altra, Harval alza una mano. Gli uomini del Clan portano sul ponte ciò che resta della vita di Ingo. Armi che hanno cantato in battaglia. Scudi. Armature segnate da colpi che nessun fabbro avrebbe mai cancellato.  I vestiti delle veglie e delle razzie. I trofei silenziosi, strappati con fatica e coraggio. Ogni oggetto parla di lui meglio di qualsiasi parola. E gli servirà per essere riconosciuto con i giusti onori nelle aule di Crom.

Arrivano infine le donne con i doni. Barili di birra, sacchi di patate. Tra loro c’è Maghnild, con le tre figlie. Porta una pecora, legata e composta, il fiato che fuma nell’aria fredda. Viene posta al centro del drakkar.  Un ultimo belato si leva, e qualcuno sorride appena: Ingo non si presenterà a mani vuote nelle aule di Crom.

Il canto si leva dalla folla. Clan diversi, scudi diversi, cicatrici diverse. La neve cade sui mantelli, si posa sulle barbe, si scioglie sulle guance mentre le gole dei guerrieri emanano queste lunghe note basse. È una melodia di battaglia, di onore, di morte ottenuta con ardore, di lutto fiero. Una saga in una lingua antica di cui si può non capire il testo, ma di cui si intuisce il valore. I roferiani la cantano a mento alto, con lo sguardo fisso sul drakkar, sapendo che un giorno a loro sarà tributato lo stesso onore.

Una torcia passa di mano in mano. Senza fretta. Ogni passaggio è una preghiera a Crom, un saluto, una promessa di amicizia al Clan che ha lasciato. Tocca roferiani e caledoni: mani segnate dal freddo e dal ferro incontrano mani più delicate e gentili, e per un istante sono uguali. Finché arriva nelle mani di Olaf.

Olaf richiama gli spiriti perché in quel fuoco consacrino Ingo all’eternità delle storie di Røfer. Richiama la vita dell’amico, racconta di gesta vissute insieme. Ricorda l’uomo che oggi diventa compagno di Crom. Chiama gli spiriti a osservare, come fanno sempre, e a ricordare.
Poi passa la fiamma agli Jarl. Korgoth lo saluta come un guerriero e ricorda una sfida con le asce finita con un tonfo improvviso, un elfo squartato, una casa in fiamme e molte risate. Fionghal parla di tradizione, e posa lo sguardo sul bambino tra Olaf e Harval. Promette che un giorno, nelle sale di Crom, potrà raccontare come il Clan ha tenuto la rotta.

Infine la torcia viene porta a Harval. Il possente guerriero la guarda a lungo. L’uomo delle storie, delle risate e delle bevute non dice nulla. Quel silenzio, per tutti quelli che lo conoscono, parla di più delle lunghe saghe con cui il capo clan è solito intrattenere i compagni, a volte cosi a lungo da dare la sensazione di essere sequestrati.

Alla fine tende il braccio e lancia la fiamma verso la nave.

Il fuoco divampa. Prima le vele, poi la chiglia resinosa. Le fiamme crescono rapide, arancioni e violente. Il metallo geme mentre si deforma, la neve attorno al rogo diventa vapore.

Un corno risuona, lungo e profondo. Lo stesso suono che riecheggia nei porti quando una nave va salpando.

Il drakkar brucia alto sulla spiaggia innevata, pira degna di un primogenito. Il fumo sale diritto nel cielo grigio, come una strada tracciata tra i mondi. Il fuoco illumina i volti dei guerrieri, riflettendosi negli occhi di chi ha combattuto con Ingo, di chi è cresciuto con lui, di chi porterà avanti il suo nome.

Dopo molto, il fuoco non accenna ancora a placarsi. Uno alla volta i roferiani battono il pugno sul petto e si allontanano.
Il fuoco continua a bruciare sulla spiaggia mentre le carve svaniscono oltre i fiordi. E continuerà a bruciare per un altro giorno, fino al mattino dopo.

Solo allora, Røfer può finalmente iniziare a riposare fino al disgelo.